Youtube Twitter Facebook
english stampa segnala segnala Skype
profili - compositori

Compositori

Luigi Ceccarelli
L'Isola di Alcina
(2000)
Concerto - su testo di Nevio Spadoni
per Corno e Voce romagnola


Durata: 57:00
1 Esecuzione: La Biennale di Venezia - Teatro Goldoni - Venezia

ideazione: Ermanna Montanari, Marco Martinelli
testo: Nevio Spadoni
musica e regia del suono: Luigi Ceccarelli
in scena: Ermanna Montanari, Giusy Zanini, Francesco Antonelli, Luca Fagioli, Roberto Magnani, Andrea Mordenti, Alessandro Renda
progetto luci: Vincent Longuemare
scene e costumi: Ermanna Montanari, Cosetta Gardini
direzione tecnica: Enrico Isola
assistenza luci: Francesco Catacchio
assistenza suono: Giovanni Belvisi
promozione: Francesca Venturi
regia: Marco Martinelli

Produzione La Biennale di Venezia, Ravenna Festival, Ravenna Teatro

L'isola di Alcina è il "primo movimento" del Cantiere Orlando, liberamente ispirato alla figura di Alcina dall'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto

In un villaggio della campagna romagnola, poco distante da Ravenna, sono vissute due sorelle. La più giovane, la prediletta dal padre, era chiamata "la principessa" La più grande si chiamava Alcina (il padre, appassionato lettore dell'Orlando Furioso, l'aveva chiamata come la maga dell'Ariosto). Un giorno il padre le abbandonò: non lo videro più, di lui non seppero più nulla. Ereditarono il suo mestiere diventando le custodi del grande canile situato nel cuore di quel villaggio. Un giorno arrivò in paese un giovane straniero, si dice fosse bellissimo. Iniziò a frequentare la casa delle due sorelle, la principessa se ne innamorò perdutamente. Dopo pochi mesi, così come era arrivato, all'improvviso, il bel giovane se ne andò. Abbandonò la ragazza senza avvertirla e lei diventò matta, incapace di badare a se stessa. Alcina decise di accudire la sorella nei suoi bisogni quotidiani e di tenerla così nella grande casa. Le due si vedevano spesso passeggiare a piedi per la strada principale del villaggio, una di fianco all'altra. Con le mani allacciate arrivavano fino al canile, sostavano un poco davanti al cancello d'entrata e poi tornavano a casa. Alcina aveva una voce profonda e roca, gesti autorevoli, incuteva timore, salutava solo con un cenno degli occhi. Ora le due sorelle sono molto vecchie, alla principessa è rimasta la voce acuta da adolescente, ride senza motivo, saluta i passanti cantando.
La gente racconta che Alcina, all'insaputa della sorella, si sia presa piacere anch'essa col giovane straniero.
------------------------------------------------------------------------
Note sul rapporto tra musica e testo nell'Isola di Alcina.
di Luigi Ceccarelli
Ogni passo dell'evoluzione è un'aggiunta di informazioni a un sistema già esistente. Per questo motivo le combinazioni, le armonie e le discordanze tra elementi e strati di informazione successivi presenteranno molti problemi di sopravvivenza e determineranno molte direzioni di cambiamento.Gregory Bateson (Mente e Natura)Anche per un compositore come me, da sempre vicino al teatro musicale ed alle nuove tecnologie, e che da diversi anni ha riscoperto il radiodramma ed il melologo come nuove forme espressive, la proposta di realizzare un lavoro teatrale con un testo in dialetto romagnolo è stata in un primo tempo piuttosto spiazzante.Primo perché da romagnolo, costretto ad emigrare più di vent'anni fa per poter fare il musicista, era la prima volta che mi veniva offerta l'occasione di tornare a lavorare nei miei luoghi di origine. Secondo motivo, che mi preoccupava di più, perché, pur amandolo molto, il dialetto l'avevo fino allora considerato come una lingua dedicata esclusivamente alla conservazione e così anche tutta la cultura che lo sottende: impossibile, pensavo, da accostare al mio linguaggio, che mantenendosi comunque in un ambito di musica "colta", si proietta nel presente e nella ricerca di sonorità nuove ed inedite. Utilizzando le tecniche elettroacustiche e le capacità di elaborazione del computer, la mia musica tende ad allontanarsi dalla musica classica occidentale, per quanto ricca ed interessante, prendendo piuttosto come modello di riferimento la transculturalità: un allargamento dell'orizzonte del linguaggio che va dall'avanguardia più estrema al canto gregoriano, dal free jazz alla musica persiana e indocinese.Dunque il lavoro teatrale al quale mi veniva proposto di collaborare era "l'Isola di Alcina", sottotitolo "Concerto per corno e voce romagnola", con il testo scritto Nevio Spadoni e l'allestimento del Teatro delle Albe, vale a dire la regia di Marco Martinelli, le luci di Vincent Longuemare e un'attrice di esperienza del dialetto come Ermanna Montanari.Fin dal primo incontro con Marco Martinelli ed Ermanna Montanari (ideatori dello spettacolo) e con Nevio Spadoni, sollecitato da Franco Masotti direttore artistico del Ravenna Festival, ho percepito che le mie riserve erano del tutto fuori luogo, e la direzione che il lavoro ha preso fin dal primo momento è stata molto stimolante e molto vicina al mio modo di concepire la musica e l'opera musicale contemporanea.L'idea di partenza era quella di costruire l'opera come una sintesi tra poesia, teatro e musica, dove ognuna delle singole componenti, pur mantenendo tutto valore insito nel proprio linguaggio, si integrasse nelle altre in completa sinergia. Un modo di lavorare che mi è molto congeniale, e del quale ho esperienza fin dalla fine degli anni '70.L'Isola di Alcina è un monologo liberamente ispirato all'Orlando Furioso dell'Ariosto. Storia d'incanti e di magie operati da Alcina, maga ariostesca sdoppiata in due sorelle, travolte con esiti diversi dallo stesso amore per un forestiero giunto nel loro paese. L'isola diviene luogo della campagna romagnola, dove le due sorelle sono custodi di un canile in cui (forse) sono rinchiusi gli ex amanti trasformati in cani.La struttura del testo, scritto in un dialetto che si fa lingua aspra e dura, non è quella del racconto, che viene invece brevemente esposto prima della rappresentazione in modo da dare agli spettatori gli elementi narrativi necessari alla comprensione del contesto. Si tratta piuttosto di un'alternanza di invettive, maledizioni, canto amoroso, che la protagonista (Ermanna Montanari) rivolge alla sorella, impazzita fino a perdere l'uso della parola.Come in molta letteratura contemporanea quindi, non una trama che si svolge dall'inizio alla fine secondo una sequenza narrativa, ma una serie di monologhi che delineano gradualmente lo stato interiore dei personaggi rivelando sempre più, in un crescendo di emozionalità, la loro statica drammaticità.Questo tipo di struttura sembra adattarsi perfettamente alla mia musica, mai basata su strutture predefinite e sullo sviluppo tematico e formale, ma anch'essa concepita come un susseguirsi di tensioni e distensioni emotive create unicamente dalla natura intrinseca degli oggetti sonori.Il rapporto tra il testo di Nevio Spadoni e i suoni con cui è stata composta la musica per l'Isola di Alcina si è sviluppato partendo dalle caratteristiche fonetiche del testo recitato, cercando di trarre dai fonemi della voce stessa gli elementi costitutivi della struttura musicale .Superando così il pregiudizio che separa la musica dalla recitazione, abbiamo a disposizione come materiale musicale una gamma ampissima di suoni che va dalle vocali più aperte (i suoni chiaramente intonabili, costituenti la materia prima del canto), alle consonanti (suoni che hanno transienti di attacco molto corti e che hanno una grande importanza come elementi ritmici come le "T", le "P", le "C", oppure suoni come la "R" o la "S" che si possono tenere a lungo ed hanno le caratteristiche acustiche del rumore), fino a quelle emissioni che di solito sono considerate suoni involontari o insignificanti (mentre sono invece una componente fondamentale dell'espressione) come ad esempio le incertezze di pronuncia, i soffi e i respiri che separano le frasi.L'inglobamento della voce recitante nel linguaggio musicale non è certo una novità. Fin dall'inizio del secolo scorso le idee della musica espressionista e delle avanguardie storiche in genere, fra le quali anche il futurismo italiano, hanno di fatto reso obsoleto il bel canto e la musica operistica, poiché questi non rispondevano più alle necessità espressive dei musicisti in un'epoca votata al sovvertimento dei valori tradizionali. La ricerca di nuove e più efficaci forme di espressione ha così modificato per sempre il rapporto tra musica e vocalità. Un esempio, non certamente unico ma fra i più noti della letteratura musicale, è il "Pierrot Lunaire" di Arnold Schoemberg, scritto nel 1912 su poesie di Albert Giraud per soprano e gruppo da camera. Nel "Pierrot Lunaire" Schoemberg utilizza la tecnica chiamata "Sprechstimme", dove la recitazione è considerata vero e proprio elemento musicale al pari del canto. In partitura sono scritte sia le altezze che la ritmica del testo e le note di espressione per la recitazione. Onde evitare che le vocali prevalgano sul resto, il cantante non intona chiaramente le note, ma si appoggia soltanto brevemente alle altezze scritte. Il risultato è una sintesi tra canto e recitativo che da alla composizione un carattere espressivo meno lirico ma molto più intenso.Nell'Isola di Alcina il concetto dello Sprechstimme è molto più radicalizzato. Non ci sono più note da cantare, e la parte musicale vocale è costituita dalle sonorità del dialetto romagnolo, che Ermanna Montanari modula in un'infinita gamma di sfumature espressive."Mi accorgo di interpretare una partitura". "Per gli attori e per il pubblico si tratta di entrare dentro le note". Così parla Ermanna Montanari dell'Isola di Alcina, lavoro di cui è protagonista assoluta.Un'altra tecnica che ho sempre utilizzato nella mia musica è l'amplificazione. La voce amplificata (ovviamente con dispositivi di alta qualità tecnologica e con un'attenta regia del suono) rivela un mondo sonoro inesplorato perché con essa è possibile portare a livello percepibile ogni più piccola sottigliezza della vocalità. Anche per questo il canto lirico è oggi superato: non c'è più bisogno di urlare per farsi sentire, come facevano (e spesso fanno ancora) i cantanti d'opera o gli attori. Oggi si può rendere percepibile anche il più flebile respiro, ed anzi amplificarlo fino a renderlo assordante. E poi senza più il problema di tenere costantemente alto il volume della voce, un recitante ha a disposizione una gamma dinamica più ampia e può ottenere una maggior varietà espressiva.Grazie al testo di Nevio Spadoni e all'interpretazione di Ermanna Montanari, con il procedere del lavoro sull'Isola di Alcina mi sono sempre più reso conto di come il dialetto romagnolo sia una lingua estremamente ricca dal punto di vista fonetico (molto più della lingua italiana) e di quale potenza espressiva vi sia in essa contenuta; una fonte di variazioni sonore che difficilmente si può trovare in altre lingue e che sono una fonte immensa di ispirazione per un musicista.Un esempio di sfumature timbriche musicalmente interessanti, tra i tanti possibili, si può vedere in un frammento del "Sogno e invettiva contro la sorella" ("A sera tota impiruléda/ che e' curdoun de' bligval/ u m'avreb strangulè/ s'u n'fos sté par cla dòna / ch' la l'à sguplè") Qui c'è una serie di "e" (impiruleda, strangulè, sté e sguplè) molto caratteristiche. Nella pronuncia dal dialetto delle Ville Unite (Spadoni è di San Pietro in Vincoli ed Ermanna Montanari è di Campiano in provincia di Ravenna), come in molte altre varietà locali di dialetto romagnolo, queste "e" vanno progressivamente verso la "a", senza però mai raggiungerla, in un glissato leggero ma significativo. Un cambiamento timbrico che può assumere molte interessanti variazioni e serve per rinforzare ulteriormente l'espressività delle frasi. Di esempi come questo se ne potrebbero citare tanti altri; tutto il testo di Nevio Spadoni è un mirabolante gioco timbrico di suoni ora aspri, ora dolci, ma sempre fortemente caratterizzanti.Una prova della qualità timbrica di questo testo, che va oltre il suo significato letterario, è il successo ottenuto dalle rappresentazioni dello spettacolo in regioni al di fuori della Romagna, sia in Italia che all'estero . Pur non essendo mai stato tradotto il testo, anche il pubblico che non comprende il dialetto resta affascinato dalla fortissima espressività della voce, e nonostante Ermanna Montanari sia considerata esclusivamente un'attrice nell'ambiente teatrale, riceve molte volte complimenti da musicisti che la considerano una grande cantante. "I monologhi dell'Alcina, i suoi assoli, sono di evidente scrittura musicale, al passo con il parlato melodico e ritmico che è la realtà della vocalità musicale dopo la fine del canto. Perché il canto è morto nel teatro musicale interessante, era tempo che morisse, non lo si sopportava più. Qui si vede il genio di Ermanna Montanari. Attrice e vocalista, sarà bene che le Enciclopedie della musica aggiungano il suo nome a quelli di Cathy Berberian e Gabriella Bartolomei.Come detto in precedenza, anche per la parte strumentale della musica avevo deciso di prendere spunto dalle caratteristiche fonetiche della voce. E così ho scelto i suoni di uno strumento, il corno, che come tutti gli strumenti a fiato non è altro che una macchina per filtrare ed amplificare la voce e il soffio. Nel 1999 avevo realizzato "Respiri", per corno preparato e suoni di corno su nastro magnetico , sperimentando nuove sonorità dello strumento, compreso un sistema di ampliamento del canneggio, con il cornista Michele Fait allo studio Agon di Milano. Questo lavoro è la base dalla quale sono partito anche per realizzare la musica dell'Isola di Alcina. Anche qui tutti i suoni che si ascoltano, al di fuori della voce, sono suoni di corno (tranne che nella parte de "l'Amore di Alcina").Naturalmente il mio metodo di composizione presuppone sempre un lavoro creativo sulla trasformazione timbrica dei suoni, e quindi il suono del corno è stato elaborato elettronicamente al computer (l'opera d'arte è imprescindibile dalla scienza e dalla tecnica, come ci hanno insegnato i più grandi artisti del passato). I suoni di corno sono stati rielaborati sia dal punto di vista timbrico che dal punto di vista melodico e ritmico, ottenendo sonorità non sempre riconducibili allo strumento, ma cercando spesso di esaltare le componenti della vocalità del cornista ottenendo suoni che potessero rappresentare l'espansione della voce recitante di Ermanna. Così sono stati messi in risalto soprattutto i rumori: transienti d'attacco, respiri e i soffi, che dialogano ritmicamente con la voce di Alcina o si fondono con essa formando un unico insieme sonoro.L'Isola di Alcina si divide in nove parti, ognuna delle quali presenta un diverso rapporto tra testo e musica.La prima di queste è un preludio, esclusivamente strumentale, che serve da introduzione alla scena ed al clima oscuro e intenso che caratterizza tutto lo spettacolo. Il corno suona l'unica parte veramente melodica di tutto il lavoro; che è costituita unicamente di tre note: quelle al limite della sua estensione acuta, difficilissime da suonare, ma con un forte carattere evocativo. ("L'inizio è sfolgorante e ricco di autentico pathos: un corno francese che evoca il fantasma vivissimo, appassionato e un po' minaccioso di John Coltrane lancia grida che subito vengono sminuzzate e arricchite con suoni percussivi di materico vitalismo. Suoni artificiali, ricavati per campionamento ed elaborazioni al computer da una serie di suoni del corno francese, eppure suonano come se fossero altro". Qui del suono è presentata anche la dimensione spaziale; le note acute ruotano intorno al pubblico avvolgendolo completamente in una prospettiva tridimensionale, creata da un complesso sistema di spazializzazione controllato da computer.La seconda parte "Prologo in ottava" introduce i versi dell'Alcina dell'Ariosto; Alcina/Ermanna evoca il passato, il padre e l'inizio del lavoro al canile. Un suono tenuto, in sottofondo, mantiene la tensione emotiva che gradualmente continua a crescere, sovrastando nel finale la voce e tornando a riempire completamente lo spazio.La terza parte (Sogno e invettiva contro la sorella) contiene in sé tutta la varietà timbrica ed espressiva del dialetto romagnolo. E' la parte più complessa e virtuosistica per la voce, che si muove in un'infinità di inflessioni e di caratteri diversi. Il suono del corno, trasformato e triturato fino a diventare puro rumore, accompagna il testo con interventi minimi, come fossero scorie degenerate della parola, e sottolinea l'asprezza dell'atmosfera esplodendo talvolta in cesure spiazzanti e perentorie.La quarta e la quinta parte (Lo straniero e l'Invettiva contro gli uomini) sono musicalmente molto diverse tra loro. Nella prima le frasi del testo sono interrotte e contrappuntate dai respiri del cornista, mentre la seconda ha un inizio dai toni scuri e allo stesso tempo lirici, con il corno che tiene un pedale molto grave, sgranato e meditativo, ricco internamente di variazioni microtonali.La sesta parte (Risate nel canile) dal punto di vista musicale è la riesposizione dell'atmosfera iniziale, con il suo tema melodico e spaziale, a cui si aggiungono i latrati dei cani/cavalieri provenienti dal canile sottostante la scena, per la prima volta emerso dall'ombra in cui è relegato. Nella parte successiva Alcina pronuncia la sua Invettiva contro i cani. Inizia quasi in tono scherzoso per diventare sempre più sarcastica e terribile. Il corno partecipa a questa trasformazione partendo da un suono tenuto acuto fino ad un magma sonoro molto denso e potente.L'amore di Alcina è un cambiamento totale di atmosfera. Qui la caustica maga/sorella si trasforma completamente, e in un'atmosfera di sdilinquimento trasognato rivelerà che lo straniero, di nascosto dalla sorella, è stato suo amante, ed anche lei è stata da lui abbandonata. Anche l'ambiente sonoro qui cambia totalmente, e ai suoni del corno si sostituiscono accordi, tenuti e lentissimi, di grandi gong fatti risuonare da corde vibranti. La particolare tecnica di eccitazione e di amplificazione degli strumenti esalta le lente e delicatissime variazioni inarmoniche che gli accordi formano e disfano in continuazione. Soltanto nella parte centrale, accompagnando l'unico momento di enfasi del testo, la spazio si riempie del suono, lacerante e potente, tipico dei grandi gong.Nella parte conclusiva (Finale dell'instupidimento) Alcina urla la disperata impotenza del suo stato, con una drammatica e ossessiva ripetizione: "A m'so insmida". La parte musicale è un contrappunto infernale di tante linee ritmiche asincrone, ognuna costituita da una sola nota staccata, in una sovrapposizione di accelerati e rallentati che raggiunge il parossismo. A questi ritmi si sovrappongo suoni sforzati, in un estremo crescendo di intensità e di densità che si sovrappone alla voce.La voce di Alcina sovrasta il pandemonio sonoro con la sua potente asprezza mentre la scena rimane congelata in una disperata staticità. Alla fine, terminato il bailamme ritmico, dalla voce affranta e ridotta ad un debolissimo sussurro emerge ancora un ultimo sussulto che si espande in un densissimo e definitivo grido del corno. Il magma sonoro invade, come una lunga onda, tutto lo spazio intorno, per poi arretrare e ritornare una seconda volta ancora più penetrante. L'onda emotiva delle due sorelle travolge ed annulla ogni cosa.Cesenatico, agosto 2002

Teatro delle Albe

Nel 1983 Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni fondano il Teatro delle Albe. La compagnia sviluppa il proprio percorso intrecciando alla ricerca del "nuovo" la lezione della Tradizione teatrale: il drammaturgo e regista Martinelli scrive i testi ispirandosi agli antichi e al tempo presente, pensando le storie per gli attori, i quali diventano così veri e propri co-autori. Nel 1988 la compagnia acquisisce al suo interno dei griots senegalesi: Mandiaye N'Diaye, Mor Awa Niang e El Hadji Niang. La formazione diventa afro-romagnola, e pratica un originale meticciato teatrale che coniuga drammaturgia e danza, musica e dialetti, invenzione e radici. Gli spettacoli, da Ruh. Romagna più Africa uguale (1988) a All'inferno! (1996), fino agli ultimi lavori ispirati a Jarry, Perhindérion e I Polacchi, valgono alle Albe premi e riconoscimenti, nazionali e internazionali, evidenziando una poetica rigorosa, raffinata e emozionante, capace di restituire alla scena la sua antica e potente funzione narrativa.
Martinelli ha vinto il Premio Drammaturgia infinita nel '95 con Incantati, nel '97 il Premio Ubu con All'inferno!, e infine nel '99 il Premio Hystrio alla regia. Fondamentali all'interno del gruppo, oltre alla direzione artistica tenuta da Martinelli, sono le accensioni visionarie e la vocalità inquietante di Ermanna Montanari (segnalazione al Premio Narni Opera prima 1986, candidatura al Premio Ubu 1997 come "miglior attrice" e Premio Ubu 2000 come "migliore attrice" per lo spettacolo L'isola di Alcina), così come il lavoro sulle favole tradizionali di Luigi Dadina.
Nel 1999 è iniziato il Cantiere Orlando, progetto coprodotto con la Biennale di Venezia, Ravenna Festival e Santarcangelo dei Teatri, percorso triennale sui poemi cavallereschi rinascimentali.
Nel 1991 il Teatro delle Albe ha fondato Ravenna Teatro, "Teatro Stabile di Innovazione".

Recensioni

"Lingua che si fa corpo, modellata sul respiro dell'interprete. Capace non solo di dire il comunicabile ma anche di accennare l'incomunicabile".
(Gianni Manzella - Il Manifesto, 10/6/2000)

"Il testo di Nevio Spadoni è la travolgente invettiva di Alcina, furente strega di paese, contro il mondo, la sorella che accudisce, i maschi, i cani che custodiscono, impersonati da 5 giovani attori rinchiusi nel sottoscena - e in definitiva se stessa. L'essenziale e raffinato spettacolo di Marco Martinelli vive della straordinaria prova d'attrice di Ermanna Montanari (contrappuntata dal silenzio e dalle risate isteriche della Principessa di Giusy Zanini). Lo spigoloso e oscuro dialetto romagnolo di Spadoni non è una lingua madre alla quale abbandonarsi per ritrovare il respiro del mondo, ma una materia da aggredire, squartare, comprimere, alla ricerca di geometrie e simmetrie, continuamente intrecciata alla poesia sonora di Luigi Ceccarelli."
(Oliviero Ponte di Pino - Diario, 23/6/2000)

"Facendo ancora una volta della sua terra un metaforico microcosmo di sogni teatrali ma anche di incubi della ragione, Martinelli costruisce uno spettacolo breve ma tesissimo, di dirompente forza visiva e intensità di emozioni, che riesce a trasformare il dialetto di Spadoni in un'autentica lingua della follia e della morte, spostando l'Ariosto verso Artaud e verso un sorprendente teatro della crudeltà romagnolo: gran parte del merito va però attribuita alla trascinante performance vocale di Ermanna Montanari, che quasi immobile e come atrocemente irrigidita plasma la natura "nera" della sua Alcina solo in virtù di incessanti variazioni timbriche e di furiose invenzioni tonali."
(Renato Palazzi - Il Sole 24 Ore, 25/6/2000)

"Uno spettacolo tragico e fantastico che si nutre della bellissima prova di Ermanna Montanari che, con l'eccezionale ricchezza dei suoi toni e la nitida, dirompente forza della sua interpretazione, porta il dialetto verso quella linea alta, per dirla con Pasolini, altissima dell'espressività sollevandolo da ogni connotazione naturalistica e verista. Parole misteriose, magnetiche, evocative, note taglienti di una partitura di sentimenti spezzati dalla follia d'amore, contrappuntate dai suoni vigorosi e tormentati delle belle musiche di Luigi Ceccarelli."
(Magda Poli - Corriere della sera, 5/7/2000)

"Se la fascinosa maga, una volta stancatasi dei cavalieri amati li trasforma in animali, questa Alcina, al contrario, è un inquietante personaggio dell'assolata e misteriosa campagna romagnola.
Potrebbe essere un fantasma, ma il monologo, sottolineato dal suono lancinante del corno, che la straordinaria Ermanna Montanari recita per noi sulle parole di un grande poeta dialettale come Nevio Spadoni, la riportano a un oggi di disadattamento e di follia
."
(Maria Grazia Gregori - L'Unità, 18/7/2000)

"Uno spettacolo di ricerca tragico e fantastico che annuncia, davvero, il teatro di domani."
(Ugo Ronfani - Il Giorno, 15/10/2000)

"Ermanna Montanari, che è la maga folle, grida sussurra canta la propria pena esaltata evolvendo le acrobazie vocali del suo precedente Lus e rende puri suoni i versi in campianese di Nevio Spadoni. Anzi le sue parole sono un'essenza di contrastanti sentimenti nela lotta accesa e appassionante scatenata con le note del corno romagnolo di Luigi Ceccarelli: e queste, esasperate elettronicamente, danzano con le luci di Vincent Longuemare che infiammano il quadro vivente su sfondo oro bizantino o Dossi ferrarese.
(…) Per lo spettatore è un'emozione unica, uno choc da esperimentare.
"
(Franco Quadri - La Repubblica, 19/10/2000)

"Continua la rassegna "Milano Oltre" e ti imbatti, e resti colpito, da uno spettacolo prezioso e raffinato come L'isola di Alcina, firmato da quel piccolo mago di un teatro nuovo e diverso che è Marco Martinelli. (…) Qui siamo davanti al prodotto di alto rigore formale e di straordinaria forza espressiva. In locandina viene definito "concerto per corno e voce romagnola". Ed è esatto. La colonna sonora evoca misteriose risonanze. La voce romagnola è quella (straordinaria; altro termine non esiste) di Ermanna Montanari, senza la cui presenza scenica anche lo spettacolo non sarebbe concepibile."
(Domenico Rigotti - Avvenire, 20/10/2000)

"L'isola di Alcina è semplicemente bellissimo. A cominciare dal testo poetico di Nevio Spadoni, questo "concerto per corno e voce romagnola" tramato da Marco Martinelli sulle musiche pervasive di Luigi Ceccarelli si pone tra gli esiti più alti della stagione. (…) Ermanna Montanari è una specie di Carmelo Bene convertito al vernacolo. La sua gamma vocale e interpretativa è davvero strepitosa. E dona ad Alcina una struggente, feroce intensità che trapassa in canto."
(Roberto Barbolini - Panorama, 27/102000)

"Ritengo L'isola di Alcina (realizzato dal Teatro delle Albe di Ravenna) uno spettacolo non solo bellissimo, ma centrale nel teatro italiano di questi anni. (…) Una storia di padri e amanti (forse lo stesso uomo) immersi nel nulla, fedifraghi e traditori perché fatti di nulla. E di due donne poste sul limitare di questo nulla, tra guaiti di cani-discendenti, forse, di profeti - e l'immobilità della campagna. Ma la storia è stata, credo, soltanto lo spunto felice per la realizzazione dello spettacolo (di Marco Martinelli e di Ermanna Montanari), in cui la magia della storia si fa presente attraverso la voce e il corpo medianico della straordinaria Ermanna Montanari e attraverso la musica, altrettanto straordinaria, di Luigi Ceccarelli."
(Luca Doninelli - Avvenire, 28/10/2000)

"Qui si vede il genio di Ermanna Montanari. Attrice e vocalista, sarà bene che le Enciclopedie della Musica aggiungano il suo nome a quelli di Cathy Berberian e Gabriella Bartolomei. Fantastica nel misurarsi con i suoni concreti-digitali di Ceccarelli, splendidamente in cerca di un punto di congiunzione tra tutte le tradizioni rumoriste ed elettroniche, o forse in cerca di una loro dissoluzione.
(…) I suoni sono scene, le scene sono suoni: l'ascolto puro dell'L'isola di Alcina non chiarisce il valore musicale della partitura, occorre la visione in teatro, la visione aumenta il tasso di musicalità del lavoro e lo rende più incisivo, ma il mirabile svolgimento teatrale non sarebbe nulla se le parole non "entrassero dentro le note
".
(Mario Gamba - Il Manifesto, 3/3/2002)