Youtube Twitter Facebook
english stampa segnala segnala Skype
servizi - infocemat - politiche musicali - politica, cultura, musica: e noi.

Politica, cultura, musica: e noi.

di Guido Salvetti

Editoriale di Guido Salvetti: Politica, cultura, musica: e noi.
(Bollettino della Società Italiana di Musicologia, anno 2011 n. 1)
 

La SIdM è ovviamente e calorosamente al fianco di tutti coloro che protestano, oggi, per la drastica riduzione dei contributi dello Stato
-  allo spettacolo musicale e, in genere, alla musica dal vivo,
-  agli enti che dovrebbero garantire la conservazione e la valorizzazione dei nostri beni culturali, artistici e musicali,
-  alla ricerca che dovrebbe essere condotta dalle istituzioni universitarie,
-  alle istituzioni scolastiche che dovrebbero formare i cittadini alla pratica, al godimento e alla comprensione della musica.
La nostra associazione si stringe idealmente alle altre associazioni musicali e musicologiche, in una comune consapevolezza che siamo, sì, una quantità politicamente ed economicamente trascurabile, ma possiamo avere l’orgoglio di rappresentare un livello di qualità che ci fa tra i primi nel mondo: nelle attività musicali in generale, ma soprattutto negli studi e nella produzione musicologica. E abbiamo una forza davvero invincibile: quella di essere sempre stati tanto poveri e misconosciuti da dover costruire questo nostro primato basandoci soprattutto sulla nostra passione, su tanto volontariato e  sulla insostituibilità di noi storici e teorici della musica nella creazione di una coscienza culturale del far musica. Siamo insomma come Diogene che, non possedendo ricchezza alcuna, non temeva i ladri. Abbiamo però altri tipi di ricchezza, non ultima la capacità di capire e di valutare quello che sta succedendo, per individuare una via d’uscita.
Capiamo che non è solo carenza di finanziamenti. La vera sofferenza nasce dall’assenza di un vero governo della cultura. Per governo non si intende questo rabberciamento di leggi destinate a essere disattese per palese inettitudine dei legislatori e per diffusa e recalcitrante sciatteria dei burocrati e dei governati (e mi riferisco ai tanti provvedimenti “epocali” che si sono succeduti con esiti nefasti a opera di tanti ministri). Per governo si intende l’esercizio della facoltà di stimolare le iniziative, di programmare le azioni, di controllare che i soldi pubblici non vengano distratti dalle loro finalità; e di saper distinguere il buono dal cattivo, i sistemi produttivi di cultura da quelli che alimentano soltanto le ruberie dei disonesti e le molte e diverse camorre. Questo saper e voler governare è drammaticamente mancato, in particolare in questi ultimi venti anni, in cui anche nell’ambito della musica tutti i politici hanno inseguito le sirene di un neo-liberismo che ha significato soprattutto un crescente disimpegno dello Stato dai suoi doveri fondamentali, tra cui certamente il sostegno e il governo della cultura, come indicato dall’art. 9 della Costituzione:  «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione ».
Nuovi ministri dell’istruzione, dei beni culturali e dell’economia potrebbero decidere domani,  all’improvviso, di dare alla musica e alla cultura musicale una percentuale di PIL analoga a quella della Francia o della Germania. Questo però non significherebbe ancora nulla se, assieme ai soldi, non arrivasse un cambio di mentalità nei governanti, che significasse:
-  un vero interesse per la cultura, comprendendone anche il potenziale spirituale, sociale ed economico;
-  l’abbandono dell’idea che esista una massa votata all’incultura; e che la musica e la cultura musicale appartengano a una élite, magari anche un poco radical chic;
- l’assunzione di responsabilità per come gli enti e le istituzioni musicali, nonché le associazioni e i centri di produzione musicale funzionano davvero.
Un buon governo della cultura, anche musicale, si mette in grado di distinguere, dicevamo, nel dare e nel togliere. La vera causa dei tagli indiscriminati di questi anni sta nel non voler distinguere e capire. È l’altra faccia dei contributi a pioggia, guidati solo da ragioni di clientela, se non peggio.
Ci conforta che, nonostante le leggi di Veltroni, Moratti, Mussi, Gelmini e Bondi, la gente, oltre ad affollare ancora i musei e le mostre, accorra alle grandi manifestazioni liriche e sinfoniche, legga di musica e si aggiorni.
È in questa prospettiva che, rivendicando il nostro ruolo di studiosi disarmati, possiamo continuare a credere che la conoscenza e l’informazione, la riflessione teorica e storica, costituiscano l’unica speranza di ricostruire dopo la desertificazione.