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Opere

Fabrizio De Rossi Re
Terranera
(1994)
un viaggetto nel proto-Lazio, su testo di Valerio Magrelli


Durata: 30:00
Editore: Edipan
Tipologia: radiofilm
1 Esecuzione: RAI Radiotre - 1995
Produzione: RAI - Radiotre 1994 - Edison Studio di Roma

Terranera

Radioscena musicale di Fabrizio De Rossi Re
su testo di Valerio Magrelli

Vittorio Sermonti, voce recitante

Manuel Zurria, flauto

Antonio Politano, flauto dolce

Edizioni Musicali EdiPan

Produzione e realizzazione, Centro Produzione Informatica Musica, Roma

Elaborazione elettronica, regia del suono, editing digitale, Maurizio Giri

Registrazione, Giovanni Fornari

Terranera è tratto da Esercizi di tiptologia di Valerio Magrelli, Editore Mondadori

Terranera

Esco da Roma stritolata e claustrofobica. Budella, andouille e trippa, gorghi di strade. E adesso i territori sconosciuti e indistinti dei sobborghi e lo sgomento. Si piomba in un reticolo di vie, villette, prati, campi. Annichilisce la facoltà di orientamento e annichilisce il paesaggio circostante. Il cataclisma ha generato aree enormi ed informi, una campagna ibridata, sintetica, mentre tintinna una spettrale catena di nomi che cinge l'urbe in un abbraccio funebre: la catenina d'oro e la marana, aureola, cintura sanitaria e pozzo nero. Pozzo nero.

Ecco la danza macabra: Malnome, Malpasso, Malafede, Malagrotta, Valle Oscura, Passo scuro, Fosso Sanguinara (ara-ara.. dice l'eco) Femmina morta, Pantano dell'intossicata, Campo di Carne (ma dove li prendete dei nomi come questi, una distesa di sangue battuto, pisto e arato, maggese di tessuti epiteliali, appezzamenti di ciccia, prati di pelle e grasso e tegumenta), Ponte del Diavolo, Cessati Spiriti (Ah, sì, cessate, spirti: è un'aria di Donizetti) e Fontana del Bandito, Quarto de l'Impiccati, Coccia di morto (coccia e buccia, però anche coccio e terracotta, e questo morto conciato come un astuccio di pelle, come quei tamburelli che vendono ai turisti in Tunisia), Valle della Morte, Colle delle Forche, Canale del Morto, Canale del Mortaccino (una lavorazione più elaborata) Cavallo Morto (e qui gli Apache) Lastra della Morte, Caronte, Piscina della Tomba (Residence! ingresso con tagliando, doccia, sauna e bagno turco, bagno morto, bagno Maria), Pantano dell'Inferno e infine lui… GNIF GNAF
Ora si chiama Borgo Santa Maria, ma è GNIF GNAF, in omaggio al suono dei passi nel fango. GNIF, suono di orrore; GNAF, voce dei morti. Mai… mai ho sentito che un nome schizzasse terra e inzaccherasse gli stivali.

Le zone che circondano la metropoli stanno in agguato, aspettano. Sbucano fuori le insegne, gli svincoli, i raccordi, il lugubre tamburo di quei nomi, con l'Infernetto, afflitto e triste, storto.

Intanto il rettifilo corre tra i pini, finché di colpo, superato un dosso, il mare sbuca improvviso, taglia la strada come un posto di blocco.
Lo spazio qui è vastissimo… il cielo nuvoloso.

A destra, davanti allo stabilimento del Kursaal, sorgono una accanto all'altra la Birreria-Pizzeria Löwenbrau e la sede delle suore Piccole Operaie Dei Sacri Cuori.
E' ancora presto, e nelle prime luci dell'alba l'ordine religioso acquista un suono confuso e magnifico, fervido e industrioso. Operaie dei cuori, piccole api di un alveare ronzante, pie fabbricanti di miele e di birra, schiuma leggera e luminosa, danza delle sorelline su una rotonda pallida e devota, piazza, patena, vassoio delle acque che rinnova il sacramento dell'eucarestia.
Tra hostiam, vittima o agnello sacrificale (il nome della sfoglia offerta nella comunione), e ostium, foce, etimo di Ostia, gli errori i malintesi, si accavallano per geografie fantastiche, interferenze liturgiche, con Santa Monica, madre di Agostino, che si spegne sul lido. La bocca del fiume e quella del fedele si confondono in un'unica immagine dove compare Roma, pagana, che si converte al Cristo accogliendo il suo corpo attraverso l'estuario. Il Tevere come la lingua di un credente che riceva l'Ostia. Il Tevere come la lingua di un serpente che faccia capo a Roma.

Primo Interludio strumentale

Apparizione di Apicio (…frammenti del De re culinaria)
…trita pepe, coriandolo, ruta …oh …oh …che voi…
sistema sul piatto la gru... e bagnala con la salsa...
pepe …cipolla secca...

II
Fino a pochi anni fa, appena dietro le Mura Vaticane, una strada senza uscita conduceva alla Stazione San Pietro, piazzetta per lezioni di scuola guida, quadretto paesano stremato e dolcissimo. Da lì partiva il treno per Viterbo. Il Lazio, il proto-Lazio!
Col suo parlare sgraziato e povero, mozziconi e parole, l'aria rustica e Oriolo, Settevene, Spizzichino.
Io me ne andavo verso Veio, in Gilera, e pensavo all'assedio, alla città trapanata da sotto, cavata ai suoi abitanti come un dente, strappata via dall'interno, forata dalla terra in una terra fatta di vulcani. Pensavo ai re latini sacerdoti e omicidi, che abitavano i boschi sacri intorno a Roma, ai loro riti tribali e totemici, ai rami d'oro e ai guerrieri del gelido Aniene (Non tutti hanno armi vere. Molti scagliano ghiande di livido piombo, altri portano due picche per mano. Il piede sinistro è nudo, il destro rivestito di cuoio, mentre in testa hanno caschi di pelle di lupo). Mostri.

Apparizione di Lucrezio o (testi dal De rerum natura)
…et magis est animus… vitai claustra coercens
et dominantior ad vitam quam vis animai…
(lo spirito più dell'anima, tiene chiuse le barriere della vita.
E' il custode sovrano della vita)

Arrivando a Bracciano, il latino rimbomba sotterraneo anche nei tipici villini dolomitici. Qui la natura si è ritirata in buon ordine, ma il lago è fondo, fatto a forma d'imbuto, è un cono buio, un cratere sommerso. Il suolo, pieno di cicatrici, tagli, vesciche, rimarginato, spento e tuttavia vivente. Andare in barca a vela è difficile. Tra gli interstizi, dal cerchio delle sponde, il vento si infila improvviso, appena preceduto da qualche increspatura. Si avverte un sibilo e lo scafo si piega. Sentivo un'inquietudine e cercavo di nasconderla. Ma le alghe… Come avrei potuto scordare le alghe. Crescono sul fondale a dismisura e s'intrecciano nell'oscurità, magiche e morte, mentre in barchetta vago sospeso sulla bocca da fuoco, legato a un fragile filo di brezza. Sto a perpendicolo, a piombo oscillando come una chiave appesa al portachiavi. Faccio il tappo di sughero infilato dentro la canna di un fucile - giocattolo.

Secondo Interludio strumentale

III
Passavo l'estate in una casa stretta tra il mare e la strada. Oltre la strada stava la ferrovia e una campagna riarsa, gialla, vuota, che si spingeva verso i monti di Tolfa. Dietro, Allumiere, con le sue cave di allume, tesoro e monopolio del papato rinascimentale. Venivano da là spaventose tempeste elettriche, quando per notti intere il cielo diventava un reticolo di folgori senza una sola goccia di pioggia. Trascorrevamo l'agosto insieme, e da allora barba dopo barba, usando quella sostanza cerea, fredda, magnetica, ho sempre ripensato a certi versi arrotati come lame, fissati ai mozzi di una scintillante raggiera :
Luccica sul colore delle tenebre
come spade che ruotano sopra una veste azzurra.
Per Dio! Ecco che il cuore mi si lacera
al bagliore di un lampo.
Amanti, tutti voi siete afflitti dai lampi?

Ignoravo i paesi vicini. Tutto si svolgeva lungo la costa, a ridosso del mare, vacanze infantili e astratte, il nastro di pellicola dell'Aurelia con incidenti, incendi, lunghi silenzi pomeridiani nel vuoto della carreggiata. Ah, lo schianto, la macchina inclinata, e quel torace nudo, deformato e quelle cose sparpagliate, mentre c'è silenzio, sono le tre di pomeriggio, ho dieci anni e già da dieci anni dò da mangiare alla bestia.
Carne… …carne cruda… puzza di freni.
Il transito costante, vicinissimo, del treno, io che sto sul terrazzo e saluto mio padre che va a Genova. Se dò le spalle alla strada c'è il mare, e il mio sguardo di isolato, tagliato via, lasciato a bruciare nella noia d'agosto dell'età. Così mi consumavo, stoppia nei campi. Oppure mi alzavo all'alba e raggiungevo le terme, scavalcando il recinto per penetrare nella piscina deserta: Quando spuntava il sole: splendore! Sotto un'immensa volta simile alla Basilica di Massenzio, la lente della lunga vasca bassa, tiepida e buia con me dentro, tiepido e buio dentro.

Proseguendo verso Nord-Nord Ovest, l'Aurelia arriva ad Arles, nel cuore del suo cimitero latino, ma se si gira a destra, appare Ceri. Il piccolo tessuto di casette poggia su una spirale di mura che si avvita fino al bozzolo della piazza. La pupa. Se penso alle mummie, è perché nel camposanto dietro il paese è sepolta la coppia dei miei nonni, appaiati, letargici, e li immagino lì, sottoterra, nuvole in una nuvola di polvere, come quando scoprii che le tarme avevano divorato il mio talismano di pezza. Mi scoppiò tra le mani, l'amato, in uno sfarfallio di insetti, mi sparì sotto gli occhi, mi sparì, come è vero che la madre di mia madre si chiamava Terranera.
(Appare la voce della nonna del musicista che racconta un frammento di una favola antica).